Bisogna essere un eroe…

Non appena nati vi faranno sentire piccoli non dedicandovi alcun tempo, quando invece avreste bisogno di tutto.

Vi ignoreranno fino a quando il dolore non sarà così grande da non farvi sentire più nulla.

“Bisogna essere un eroe della classe operaia.”

Vi feriranno in cas e vi feriranno a scuola, vi odieranno se sarete intelligenti, ma vi disprezzeranno se non sarete all’altezza.
Tutto questo fino a quando non diventerete così fottutamente pazzi da non riuscire più a seguire nessuna delle loro regole.

Quando vi avranno torturati e spaventati per venti bizzarri anni si aspetteranno che intraprendiate una carriera, che produciate, che diate il vostro contribuito, ma voi non potrete funzionare, non avrete i mezzi tanto sarete impauriti.

Vi manterranno drogati di religione, sesso e TV e voi penserete d’essere così intelligenti, fuori da qualunque classe e schema, liberi, ma sarere ancora dei fottuti zotici.

C’è ancora spazio al vertice, continueranno a dirvi, ma prima dovreste imparare a sorridere mentre uccidete se volete essere come quella gente sulla montagna…


Libera interpretazione di “working class hero” John Lennon, 1970

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Ridere piangendo

Ammirando Garrick, attor d’Inghilterra,
la gente al applaudirlo gli dicea:
«Sei il più bello della terra
e il più felice…»
E il comico ridea.

I gran lord che di spleen si tormentavan
nelle loro più grevi e oscur nottate,
a veder il re degli attori se n’andavan,
per barattar lo spleen colle risate.

Una volta, da un gran medico,
un tal si presentò collo sguardo squallido:
«Soffro – gli disse – d’un mal tan terrifico
come questo volto mio così pallido.

«Nulla più m’incanta o mi sta attraendo;
non penso al buon nome né alla mia sorte,
in un eterno spleen, da vivo sto già morendo,
e la mia unica speranza sta nella morte».

«Viaggi e si distragga.»
«Ho viaggiato tanto!»
«Si dia alle letture.»
«Ho letto tanto!»
«Ami una donna.»
«Sì son amato!»
«Acquisti un titolo.»
«Già nobile son nato!»

«Sarà forse povero?»
«Ho fortuna.»
«Le gustassero le lusinghe?»
«Ne ascolto tante!»
«Qual è la sua famiglia?»
«Le mie tristezze.»
«Visita il camposanto?»
«Tanto… tanto…»

«La vostra vita nutre di pubblica ammirazione?»
«Sì, ma non mi faccio metter in soggezione;
sol pei morti ho vera affezione;
che i vivi son la mia tribolazione.»

«Il vostro mal mi causa tentennamento
– aggiunse il medico – ma senza paura
segua questo mio suggerimento:
ammirar Garrick sarà la sua cura.»

«Garrick?»
«Sì, Garrick… la più triste
e austera società lo cerca ansiosa;
chi lo vede si spancia in risate mai viste:
c’ha il dono d’una grazia artistica meravigliosa.»

«E farà ridere anche me?»
«Ah! Sì, ve lo giuro
egli, e nulla più, ma… perché ancor afflizione?»
«Così – dice il paziente – di certo non mi curo
Garrick son io!… Dottor, mi cambi prescrizione.»

Quanti ce ne sono che stanchi di vivere
morti di noia, malati di depressione,
come l’attor suicida gli altri fan ridere,
senza mai, pel suo stesso mal, trovar soluzione!

Ahi! Quante volte ridere è un piangere ancora!
Nessuno confidi dell’allegria nel riso,
perché negli esseri che il dolor divora,
l’anima soffre mentre ride il viso!

Se muore la fede, se fugge la calma,
se solo mestizia nel cammino è incontrata,
sale su al volto la tempesta dell’alma,
e scoppia in un lampo triste: la risata.

Il carneval del mondo inganna tanto,
che le nostre vite son brevi mascherate;
qui apprendiamo a rider col pianto,
e a piangere pure colle risate.

Juan de Dios Peza (1852-1911) • 

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La luce di John

Si chiama Imagine Peace Tower e oggi verrà riaccesa in Islanda. E’ un’opera d’arte pensata e voluta da Yoko Ono e dal 2006 si accende due volte l’anno (il giorno della nascita e della morte di John).

Oggi sono passati esattamente 39 anni dal giorno in cui John è stato assassinato. A strapparlo alla vita un colpo di pistola, sparato dal 25enne Mark David Chapman la sera dell’8 dicembre del 1980 a Manhattan. Lennon stava rientrando a casa con Yoko Ono.

Una storia di quasi due decenni fa, che in un mondo così frenetico e insensibile, come è diventato il nostro, passerà tra le innumerevoli commemorazioni che i nostri freddi dispositivi ci ricordano ogni giorno.

Ma è proprio per questo che oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di John. Di una persona, di un essere umano, con problemi, che ha fatto degli errori, che ha lottato, ha riso, ha pianto, ha sperimentato ed è morto per delle idee.

E la sua era la più sovversiva di tutte: sognava la pace!

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Camminare in quelle vecchie scarpe

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Hai trovato quelle parole appese a un filo

i tuoi occhi erano lì e non potevano mentire

provavi a farti strada dietro al tuo grande cappello, ma la stanza era piena di ostacoli, piena dei tuoi stessi ricordi

un raggio di sole filtrava timido da quella finestra, un tocco di calore, una parvenza di quella primavera che rincorrevi da tutta una vita

una vita passata in quella caffetteria sognando la libertà, aspettando un nuovo giorno, in attesa di una nuova speranza

ma la libertà è un’idea e le idee possono essere crudeli

le stelle sono belle, luminose, rassicuranti, ti indicano la via quando tutto è oscurità

nonostante questo non puoi fidarti di loro, le stelle ingannano, la loro luce è menzogna, una luce vecchia di millenni e che forse non esiste più

non c’è un dio, un desiderio, un nome importante, un treno da aspettare che sia più importante di te

ci sei solo tu e la tua vita

vivere è trovare la forza,

condividere un sorriso,

camminare in quelle vecchie scarpe,

correrci se necessario,

sfidare il vento,

partire per poi ritornare,

soffrire e per poter poi ridere,

amare senza chiedere nulla in cambio,

affrontare un nuovo giorno

nonostante tutto

nonostante tutti

@luigifattizzo

Musica correlata:

Ain’t Got No, I Got Life [Nina Simone, 1968]

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Vorrei tu fossi qui.

marilyn monroe

“Si vive insieme, si muore soli” (Lost, stagione 2)

Questa mattina leggevo un po’ di notizie in giro e tra queste, una che riportava l’anniversario della morte di Marilyn Monroe. Simbolo, fuori da ogni tempo, di fascino e sensualità e, dietro questo lato superficiale, l’emblema dell’infelicità e della solitudine umana.

Marilyn era una donna imprigionata dietro gli schemi che l’umanità crea. Una donna costretta a cercare qualcosa che non esiste e che la fama, il successo e il denaro hanno mascherato con la felicità.

Marilyn era schiava del suo personaggio. Non poteva esprimersi, né liberare la sua personalità. Non poteva amare.

Marilyn doveva essere semplicemente Marilyn. Niente di più.

La società e la sua mente fecero il resto e spensero la sua fiamma all’età di 36 anni.

Oggi avrebbe avuto 93 anni, ma se fosse stata 20enne nel 2019 non sarebbe sopravvissuta più di 20 secondi. Sarebbe stata probabilmente una ragazza considerata sovrappeso per lo star system e la sua taglia 42 non l’avrebbe portata da nessuna parte.

Mentre scrivo e rifletto su quanto siano tristi e vuote tante delle cose per cui spesso stiamo male, ascolto “Wish You Were Here”, brano dei Pink Floyd dedicato all’ex membro Syd Barrett, allontanato dal gruppo per via di una grave infermità mentale e fisica causata dalla droga.

Il testo di questa canzone sembra essere scritto a pennello per Marylin e per chi come lei non ce l’ha fatta. Per tutti quelli perduti inseguendo dei sogni e degli eroi che altro non erano che dei fantasmi.

Sembra essere scritto per chi, quei fantasmi li insegue ogni giorno, e non “riesce più a distinguere un sorriso da un velo di falsità”.

Wish You Were Here

Allora, pensi di saper distinguere
il paradiso dall’inferno?
I cieli azzurri dal dolore?
Sai distinguere un campo verde
da una fredda rotaia d’acciaio?
Un sorriso da uno falso?
Pensi di saperli distinguere?
Ti hanno portato a barattare i tuoi eroi per dei fantasmi?
Ceneri calde con gli alberi?
Aria calda con brezza fresca?
Un freddo benessere con un cambiamento?
e hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra
con il ruolo da protagonista in una gabbia?
Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime sperdute
Che nuotano in una boccia di pesci
Anno dopo anno
Corriamo sullo stesso vecchio terreno
E cosa abbiamo trovato?
Le solite vecchie paure
Vorrei che fossi qui

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Restiamo Umani, otto anni senza Vik

Restiamo umani è un invito a ricordarsi della natura dell’uomo… io non credo nei confini, nelle barriere o nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana…

Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare”.

Vittorio Arrigoni: un vincitore. 

Chi era Vik. (Documentario: Crash – Restiamo umani. Vita e morte di Vittorio Arrigoni)

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Auguri Kurt

Kurt Kobain era Johnny B. Goode. È l’ultimo esemplare, almeno nel rock & roll, di ragazzino povero che, senza l’aiuto della famiglia e venendo da una zona rurale e sperduta, è riuscito a provocare una vera esplosione emotiva in una parte significativa della gioventù mondiale. Non era un prodotto di Hollywood. Non aveva parti fasulle. Le sue radici erano ben piantate nel terreno. Era davvero un signor nessuno che è riuscito a commuovere il mondo. E forse ci è riuscito toccandone le ferite.

Iggy Pop

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