Chi siamo (?)

Veniamo da una combinazione di proteine, acidi nucleici e biomolecole varie, venute a loro volta da chissà quale brodo primordiale.

Poi ci siamo evoluti.

In seguito ci siamo evoluti troppo e siamo passati dal dover sopravvivere al voler Vivere.

A differenza di tante altre specie animali abbiamo più consapevolezza.

Più consapevolezza significa più sofferenza.

Siamo intelligenti (non tutti).

Normalmente non vogliamo morire.

Per questo da millenni ci rifugiamo nella religione e nella magia per illuderci di vivere per sempre o nella scienza per rimandare la morte quanto più possibile.

Ora siamo 7,125 miliardi di persone. Tutte su questo mondo.

Tutti sgomitiamo per un posto al sole.

Vogliamo il potere e per il potere facciamo del male agli altri.

Pensiamo solo a noi stessi.

La maggior parte di noi soffre.

Quelli che non soffrono fisicamente vanno dall’analista.

Quelli che potrebbero vivere bene e aiutare gli altri… si annoiano (e in seguito andranno dall’analista).

Nessuno sfrutta quello che abbiamo guadagnato in secoli di evoluzione e di progresso scientifico.

Tempo perso.

La vita non ha senso.

Se non vuoi che sia così segna tutto questo su un foglio bianco, poi giralo dal lato opposto e colora, disegna, studia, inventa, sogna, viaggia, prenditi cura di una nuova vita o aiutane una che sta per arrivare al termine. Forse non vivrai di più, ma vivremo meglio.

p.s. molto probabilmente la vita è stata inventata dalle lobby degli analisti

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Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

<< Ammassati in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costretti a vivere una sopra l’altro. Gli uomini costretti a correre nudi nel cortile  finché collassano esausti. Le donne violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate >>.

Questa è solo una delle testimonianze sulle condizioni dei “lager” libici in cui sono imprigionati migliaia di migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Tutto questo succede ad uno sputo dalle nostre case, dal nostro “bel paese”, dal nostro continente. Non voglio fermarmi sulla vicenda della nave Diciotti o sul dinamico duo della politica italiana che si erge a difesa dell’italico popolo (infischiandosene di tutto e di tutti) mantenendo una linea dura ai danni della povera gente che probabilmente proviene proprio da quei posti descritti sopra. No non voglio farlo. Mi preme solo trascrivere alcuni commenti che ho letto nei vari post in questi giorni in risposta alla questione migranti e “accoglienza”:

  • <<Manteneteli a casa vostra se ci tenete>>
  • <<Io non sono razzista, ma…>>
  • <<Gli Italiani sono stufi…>>
  • <<Prendiamo un gommone su amazon e rispediamo a casa sti 4 coglioni>>
  • <<Invece di pensare agli italiani…>>
  • <<venissero legalmente con i documenti con una nave o un aereo legale>>
  • <<clandestini, stupratori e…>>
  • <<I bambini diventeranno grandi. Meglio ucciderli adesso>>

E mi fermo qui.

Voglio spendere due parole per quelle che continueranno a leggere senza avermi già etichettato come “buonista-radical chic-servo del pd”.

La dura realtà è che in Libia, la schiavitù è stata ripristinata. Noi Europei l’abbiamo provocata, l’abbiamo permessa e ne traiamo beneficio.

La situazione lì è fuori controllo e gestita da bande armate perché la mancanza di un governo regolare ha fatto si che il sistema di schiavitù nei lager sia accettato e condiviso da tutti diventando fonte di guadagno.

E l’Europa? L’Italia? Stanno (stiamo) a guardare? No, peggio.

L’Italia (già a partire da Minniti e dai governi precedenti, inclusi quelli pd) finanzia le milizie armate della Libia e i loro “centri penitenziari” con milioni di euro con lo scopo combattere l’immigrazione. La logica è semplice: Non abbiamo modo di controllare gli sbarchi? Non possiamo assumere persone che lo facciano? Abbiamo promesso ai nostri lettori il pugno duro perché nelle nostre campagne elettorali abbiamo assicurato di cacciare il forestiero diverso? Bene. La soluzione è stata quella di creare dei veri e propri lager a due passi dalle nostre spiagge e nel caso i “clandestini” dovessero partire dopo aver subito di tutto, li lasciamo in mare in balia degli eventi. Geniale.

Gli sbarchi negli ultimi tre anni sono diminuiti (nonostante vi raccontino il contrario) perché abbiamo foraggiato questi campi di concentramento in Libia dove le persone vengono picchiate, stuprate e bruciate vive. La tattica usata è stata “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Mi fa sorridere l’ingenuità di chi pensa che queste vittime possano in qualche modo avere la possibilità di arrivare in Europa legalmente quando prima del checkpoint nell’inferno libico hanno dovuto attraversato il deserto, sono fuggite da guerre, da fame e carestie o da minacce di morte. Chi scappa non lo fa mai a cuor leggero.

Chi riesce ad arrivare qui ha già subito dei traumi fisici e psichici impensabili, sono persone difficilmente recuperabili e vanno monitorate, curate e aiutate. Invece di condividere frasi fatte o post di facebook a caso sarebbe meglio informarsi veramente. Esistono testimonianze, documentari di giornalisti, fotografi e persone che hanno rischiato la vita per l’amore della verità e che sicuramente non meritano di essere oscurati da un link creato per far propaganda.

I responsabili di questa tragedia immensa siamo noi. Ma possiamo tornare a riflettere, cambiare, amare. Torniamo Umani.

Vi lascio in chiusura con “Schiavi di Riserva”, un documentario di Michelangelo Severgnini sulla condizione dei migranti in Libia.

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Tanzania: una terra di luce, colori e vita

Natura incontaminata che ti circonda ovunque, animali grandi e piccoli che convivono insieme, uccelli di vario tipo e dimensioni che ti volano incontro e il sole che inonda le praterie sconfinate piene di gnu e zebre che corrono rendendo il viaggio uno spettacolo indimenticabile. Tutto questo è un assaggio di quello che ho avuto la fortuna di vivere in Tanzania, la terra dei Safari e delle spiagge idilliache. Un posto meraviglioso che grazie anche al calore, la cortesia e la fierezza e il fascino dei suoi abitanti rimarrà per sempre nel mio cuore.

Il mio entusiasmo per questo viaggio appena concluso mi spinge a scrivere di getto queste poche righe ad illustrarvi l’itinerario intrapreso al fine di lasciarvi qualche piccolo consiglio nel caso vi capitasse di visitare questo splendido paese.

Sono anni che sogno questa vacanza, ma i prezzi un po’ alti dei safari mi hanno sempre frenato un po’. Quest’anno dopo alcune ricerche io e la mia compagna siamo riusciti a trovare una soluzione e partire senza ripensamenti.

La durata dell’avventura è stata di 12 giorni e le mete toccate sono state Arusha, Tarangire, Mayara, Serengeti, Ngorongoro e il nord di Zanzibar (Nungwi). Il tour operator scelto per la parte safari è stato Savannah Explorers che ha saputo rispondere alle nostre esigenze costruendo tutto su misura. Per quanto riguarda il volo, ho acquistato un viaggio A/R per Zanzibar e poi un volo interno per Arusha che mi ha permesso di risparmiare un po’ di soldi consentendomi di passare gli ultimi giorni al mare. Ho viaggiato con Ethiopian Airlines con una tratta che fa scalo a Addis Abeba, ma un ritardo mi ha fatto perdere il secondo volo per Zanzibar City costringendomi a rimanere una notte in Etiopia (il volo successivo e l’hotel è stato pagato dalla compagnia).

Un volo andata e ritorno per Zanzibar, se prenotato nei tempi giusti, nel periodo estivo, costa dalle 500 alle 700 euro e un volo interno per Arusha a/r costa sui 200 dollari (si trova tutto su skyscanner.it).

Una volta raggiunta la città Arusha, perfetto punto di partenza per i Safari, la nostra guida che era lì ad aspettarci ci ha portato al Gold Crest Hotel, una magnifica struttura dove ci è stata servita un’ottima cena. Nella prima giornata era possibile anche fare anche un giro per la città e iniziare a scoprire la Tanzania.

Dopo colazione siamo partiti subito per il Parco del Tarangire. Il nostro mezzo di trasporto è stato una Toyota Land Cruisers 4×4 con tetto apribile, binocolo, frigo e caricabatterie. E cosa da non sottovalutare, il Safari era privato, con uso esclusivo della Jeep. Il Parco del Tarangire prende il nome dal fiume Tarangire che lo divide in due metà e rappresenta l’unica sorgente d’acqua per gli animali durante la stagione secca. Questo parco è veramente stupendo, vanta la concentrazione di fauna più alta (dopo il Serengeti) di tutti i parchi della Tanzania e il più alto numero di elefanti al mondo. Qui vivono anche 700 leoni, che abbiamo avvistato subito, e numerosi branchi di zebre, gnu, giraffe e altri erbivori. Un’altra ottima ragione per venire in questo parco sono gli enormi baobab che dominano le vallate. Alla fine di questa giornata è arrivato il momento della cena e del pernottamento presso il nostro primo campo tendato: il Lake Burunge Tented Lodge.

Il mattino seguente abbiamo fatto una camminata naturalistica con una guida locale e dopo colazione siamo partiti per il Parco del Lago Manyara. Questo parco spesso viene trascurato dagli itinerari turistici, ma secondo me è uno sbaglio enorme. Il Manyara è uno dei parchi con la più alta biodiversità della Tanzania e attraversandolo troviamo tanti differenti ecosistemi. Qui si possono avvistare elefanti (a noi hanno impedito il passaggio per un po’ circondandoci in trenta), ippopotami, zebre, giraffe, bufali, gnu e i famosi leoni che si arrampicano sugli alberi (anche se noi li abbiamo visti sulle rocce). Finita la giornata abbiamo cenato e mangiato presso il Farm of Dreams Lodge di Karatu.

Dopo colazione abbiamo lasciato il piccolo villaggio e attraverso gli altipiani del Ngorongoro Conservation Area (immersi un una nebbia mai vista) siamo arrivati nel Parco del Serengeti, il pezzo forte della vacanza! Il posto più bello, intenso e emozionante che io abbia mai visto. Qui le praterie sembrano estendersi all’infinito. Ci sono chilometri e chilometri di savana senza un metro di strada asfaltata per non interferire con la migrazione degli animali e con le loro abitudini. Esplorare il parco è qualcosa di unico! Abbiamo avvistato ghepardi, leopardi, iene, zebre, giraffe, bufali, gazzelle di Thomson e una varietà eccezionale di uccelli che per mia ignoranza non posso elencarvi. Naturalmente la fa da padrone il Leone che con la sua criniera al vento e il suo passo felpato mette i brividi ad ogni avvistamento. Siamo stati fortunati anche nel vedere un gruppo di leonesse durante la caccia (ai danni di povere gazzelle indifese). Abbiamo pernottato per due notti nel cuore del Serengeti, al Kati Kati Tented Camp, e vi assicuro che dormire in una tenda sotto un cielo stellato luminosissimo ascoltando tutte le voci della natura è un’altra delle cose che rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Durante la seconda notte un ruggito di un leone ha risuonato per tutta la prateria ammutolendo per lunghi istanti il resto di tutti gli altri animali (uomini compresi).

Il giorno dopo abbiamo lasciato a malincuore questa meraviglia per raggiungerne un’altra. Con i suoi 19 km di ampiezza e una superficie di 264 kmq il Cratere del Ngorongoro è una delle cratere ininterrotte più vaste del mondo dove vivono 30000 animali che si sono stabiliti nella zona grazie alla presenza dei laghi. Già dall’alto la vista del cratere è assolutamente straordinaria, ma quando ci siamo spostati lungo il basso, scendendo le ripide pareti, abbiamo potuto ammirare una concentrazione di animali selvatici senza uguali: zebre, gnu, facoceri, gli immancabili leoni, bufali e finalmente anche due rinoceronti  che hanno completato l’elenco dei big five presenti in Tanzania (elefante, leone, bufalo, rinoceronte e leopardo). Con tanta nostalgia abbiamo lasciato questo safari e siamo ritornati a dormire presso il Farm of Dreams Lodge di Karatu.

Il giorno dopo abbiamo visitato il Iraqw Boma (un villaggio locale) dove il capo villaggio ci ha fatto scoprire usi, costumi e tradizioni di questa tribù fantastica dove i valori fondamentali sono la fratellanza, la tolleranza e l’integrazione con altri popoli e culture (un messaggio che troppi popoli “occidentali” non hanno mai recepito).

Il prezzo di tutto questo safari è stato di 2450 dollari per persona e viaggiando con Savannah Explorers abbiamo contribuito ad importanti progetti  come la lotta al bracconaggio, la possibilità di studiare per le ragazze Masai (invece di essere circoncise e date in sposa dalle famiglie) e la rimozione dei rifiuti di plastica dall’area di Engosheraton (Arusha).

Ed eccoci arrivati alla fine della vacanza. Dal nord della Tanzania abbiamo ripreso un volo per Zanzibar per raggiungere il villaggio di Nungwi, situato all’estremità settentrionale dell’isola. Qui le spiagge subiscono meno l’effetto della marea presente nel resto delle altre zone e ci si può dedicare alle immersioni, ad altre attività acquatiche e alle visite guidate del villaggio. Abbiamo passato tre giorni in totale relax riposando dalle emozioni dei giorni precedenti. Unica nota dolente è la presenza eccessiva di troppi “beach boys” che tentano di venderti escursioni o altro. Non fidatevi e rivolgetevi solo alle strutture locali consolidate e che abbiamo un “ufficio” fisso. Gli altri potrebbero scappare con i soldi della vostra prenotazione! In ogni caso questa località offre lunghe spiagge sabbiose e un’ampia scelta di sistemazioni economiche ed esclusive (noi abbiamo scelto il Bagmoyo Spice Villa, spartano, ma vicinissimo alla spiaggia), ristoranti, bar e feste della luna piena che durano tutta la notte.

In conclusione sono tornato in Italia con un bel po’ di soldi in meno, ma arricchito di tanto. L’opportunità di conoscere gli abitanti e le numerose culture di questo paese è stata impagabile e spero tanto che il lavoro e l’armonia respirata in questo paese possa sconfiggere la povertà che c’è in molti (troppi) villaggi. In una parola posso dire che questo viaggio è stato veramente intenso.

In breve:

  • Moneta: Scellino Tanzaniano (Tsh)
  • Lingua: Swahili e inglese
  • Visto: richieso e si può fare all’arrivo. Costa 50 dollari
  • Mance: si danno a tutti, per la guida sono consigliate 15-20 dollari al giorno

Se volete chiedermi qualcosa, consigli o insultarmi potete farlo nei commenti oppure aggiungetemi e mandatemi un messaggio sul mio profilo instagram: @luigi.fattizzo

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La pacchia

Qual è la differenza tra un rifugiato e un immigrato clandestino?
La differenza più grande è la provenienza, il paese d’origine.

Se uno scappa dalla Siria è un rifugiato perché in Siria c’è la guerra. Se uno scappa dal Sudan del sud, per non subire le violenze delle milizie islamiste, è un migrante clandestino perché in Sudan non c’è una guerra dichiarata.
Se uno fugge dal Pakistan è (non sempre) un rifugiato, perché i Pakistani vengono bombardati ed uccisi da Al Qaeda, dall’Isis e da altri gruppi terroristici (almeno 24), ma se uno fugge dall’Eritrea, per non morire di miseria e malattie, è un migrante clandestino perché in Eritrea (dove non c’è la guerra) la siccità e la povertà estrema, ampliate dai cambiamenti climatici, non sono una buona scusa.

Chi fugge dal proprio paese non lo fa mai a cuor leggero, non rischierebbe la vita ed ogni avere (compresi i propri figli) per uno sfizio.

Restiamo umani.

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Exit Music (for a film)

“Risvegliati dai tuoi sogni, dall’aridità delle tue lacrime. Oggi fuggiamo!

Fai le valigie, prendi i tuoi vestiti prima che tuo padre ci senta e accada un finimondo.

Respira, continua a farlo. Non perdere il coraggio, continua a respirare. Non posso farcela da solo!

Canta una canzone, una canzone che ci riscaldi. C’è tanto freddo… tanto.

Puoi ridere ora, con un risata da codardo. Spero solo che le tue regole e la tua saggezza ti soffochino. Ora siamo un tutt’uno. Una cosa sola. In una pace eterna. Spero che tu soffochi…”

Radiohead 1997

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La storia di Sadako Sasaki (佐々木 禎子)

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Sadako aveva due anni quando la bomba atomica fu sganciata su Hiroshima. Era a due chilometri dal punto in cui esplose l’ordigno. La maggior parte dei vicini di Sadako morì, ma Sadako non fu ferita, almeno non in maniera visibile.

Per alcuni anni Sadako visse una vita normale, nel 1955 frequentava la seconda media ed era una ragazza felice. Tuttavia, il giorno dopo una gara importante di staffetta, vinta con la squadra della sua scuola, si sentì molto stanca e stordita. Il mondo intorno a lei cominciò a ruotare. Dopo un po’ però le vertigini se ne andarono e Sadako pensò che fossero dovute solo allo sforzo e alla spossatezza accumulata durante la gara. Ma la sua tranquillità non durò molto. Nei giorni a seguire le vertigini e la stanchezza tornarono frequentemente.

Un giorno le vertigini furono così intense che Sadako cadde in classe senza avere nemmeno la forza di rialzarsi. Più tardi i suoi genitori la portarono in ospedale scoprendo che aveva la leucemia, un tipo di cancro del sangue. Nessuno riusciva a crederci. A quel tempo la leucemia veniva chiamata “malattia della bomba atomica”. Quasi tutti coloro che contraevano questa malattia morivano e la piccola Sadako era molto spaventata. Voleva tornare a scuola, ma dovette rimanere in ospedale tra le lacrime.
Poco dopo, la sua migliore amica, Chizuko, venne a farle visita, le portò un po’ di origami e le raccontò una leggenda. Le spiegò che la gru, uccello sacro in Giappone, vive per un centinaio di anni, e che se una persona malata avesse piegato 1000 gru di carta, allora quella persona sarebbe guarita completamente. Dopo aver ascoltato la leggenda, Sadako decise di creare 1000 origami a forma di gru nella speranza di tornare presto a star bene.
La ragazza si impegnò tantissimo e anche nei giorni in cui stava molto male non smetteva mai di creare i suoi piccoli e preziosi origami.
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Purtroppo però, il 25 ottobre 1955 Sadako morì. Quel giorno aveva piegato la sua 644esima gru di carta.
Trentanove dei sui compagni di classe, addolorati per la perdita della loro cara amica, decisero di completare gli origami formando un club di gru di carta per onorarla. La voce si sparse rapidamente. Gli studenti di 3.100 scuole e provenienti da 9 paesi stranieri contribuirono anche con delle donazioni. Il 5 maggio 1958, quasi 3 anni dopo la scomparsa di Sadako, con quei soldi, venne eretto un monumento in suo onore, vicino al punto in cui fu sganciata la bomba atomica.

Ancora oggi, bambini provenienti da tutto il mondo collocano un origami di una gru sotto la statua di Sadako. Così facendo esprimono lo stesso desiderio che è inciso sulla base della statua:

“Questo è il nostro grido, questa è la nostra preghiera: la pace nel mondo”.

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Restiamo Umani, sette anni senza Vik

Restiamo umani è un invito a ricordarsi della natura dell’uomo… io non credo nei confini, nelle barriere o nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana…

Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare”.

Vittorio Arrigoni: un vincitore. 

Chi era Vik. (Documentario: Crash – Restiamo umani. Vita e morte di Vittorio Arrigoni)

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