La luce di John

Si chiama Imagine Peace Tower e oggi verrà riaccesa in Islanda. E’ un’opera d’arte pensata e voluta da Yoko Ono e dal 2006 si accende due volte l’anno (il giorno della nascita e della morte di John).

Oggi sono passati esattamente 39 anni dal giorno in cui John è stato assassinato. A strapparlo alla vita un colpo di pistola, sparato dal 25enne Mark David Chapman la sera dell’8 dicembre del 1980 a Manhattan. Lennon stava rientrando a casa con Yoko Ono.

Una storia di quasi due decenni fa, che in un mondo così frenetico e insensibile, come è diventato il nostro, passerà tra le innumerevoli commemorazioni che i nostri freddi dispositivi ci ricordano ogni giorno.

Ma è proprio per questo che oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di John. Di una persona, di un essere umano, con problemi, che ha fatto degli errori, che ha lottato, ha riso, ha pianto, ha sperimentato ed è morto per delle idee.

E la sua era la più sovversiva di tutte: sognava la pace!

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Camminare in quelle vecchie scarpe

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Hai trovato quelle parole appese a un filo

i tuoi occhi erano lì e non potevano mentire

provavi a farti strada dietro al tuo grande cappello, ma la stanza era piena di ostacoli, piena dei tuoi stessi ricordi

un raggio di sole filtrava timido da quella finestra, un tocco di calore, una parvenza di quella primavera che rincorrevi da tutta una vita

una vita passata in quella caffetteria sognando la libertà, aspettando un nuovo giorno, in attesa di una nuova speranza

ma la libertà è un’idea e le idee possono essere crudeli

le stelle sono belle, luminose, rassicuranti, ti indicano la via quando tutto è oscurità

nonostante questo non puoi fidarti di loro, le stelle ingannano, la loro luce è menzogna, una luce vecchia di millenni e che forse non esiste più

non c’è un dio, un desiderio, un nome importante, un treno da aspettare che sia più importante di te

ci sei solo tu e la tua vita

vivere è trovare la forza,

condividere un sorriso,

camminare in quelle vecchie scarpe,

correrci se necessario,

sfidare il vento,

partire per poi ritornare,

soffrire e per poter poi ridere,

amare senza chiedere nulla in cambio,

affrontare un nuovo giorno

nonostante tutto

nonostante tutti

@luigifattizzo

Musica correlata:

Ain’t Got No, I Got Life [Nina Simone, 1968]

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Vorrei tu fossi qui.

marilyn monroe

“Si vive insieme, si muore soli” (Lost, stagione 2)

Questa mattina leggevo un po’ di notizie in giro e tra queste, una che riportava l’anniversario della morte di Marilyn Monroe. Simbolo, fuori da ogni tempo, di fascino e sensualità e, dietro questo lato superficiale, l’emblema dell’infelicità e della solitudine umana.

Marilyn era una donna imprigionata dietro gli schemi che l’umanità crea. Una donna costretta a cercare qualcosa che non esiste e che la fama, il successo e il denaro hanno mascherato con la felicità.

Marilyn era schiava del suo personaggio. Non poteva esprimersi, né liberare la sua personalità. Non poteva amare.

Marilyn doveva essere semplicemente Marilyn. Niente di più.

La società e la sua mente fecero il resto e spensero la sua fiamma all’età di 36 anni.

Oggi avrebbe avuto 93 anni, ma se fosse stata 20enne nel 2019 non sarebbe sopravvissuta più di 20 secondi. Sarebbe stata probabilmente una ragazza considerata sovrappeso per lo star system e la sua taglia 42 non l’avrebbe portata da nessuna parte.

Mentre scrivo e rifletto su quanto siano tristi e vuote tante delle cose per cui spesso stiamo male, ascolto “Wish You Were Here”, brano dei Pink Floyd dedicato all’ex membro Syd Barrett, allontanato dal gruppo per via di una grave infermità mentale e fisica causata dalla droga.

Il testo di questa canzone sembra essere scritto a pennello per Marylin e per chi come lei non ce l’ha fatta. Per tutti quelli perduti inseguendo dei sogni e degli eroi che altro non erano che dei fantasmi.

Sembra essere scritto per chi, quei fantasmi li insegue ogni giorno, e non “riesce più a distinguere un sorriso da un velo di falsità”.

Wish You Were Here

Allora, pensi di saper distinguere
il paradiso dall’inferno?
I cieli azzurri dal dolore?
Sai distinguere un campo verde
da una fredda rotaia d’acciaio?
Un sorriso da uno falso?
Pensi di saperli distinguere?
Ti hanno portato a barattare i tuoi eroi per dei fantasmi?
Ceneri calde con gli alberi?
Aria calda con brezza fresca?
Un freddo benessere con un cambiamento?
e hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra
con il ruolo da protagonista in una gabbia?
Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime sperdute
Che nuotano in una boccia di pesci
Anno dopo anno
Corriamo sullo stesso vecchio terreno
E cosa abbiamo trovato?
Le solite vecchie paure
Vorrei che fossi qui

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Restiamo Umani, otto anni senza Vik

Restiamo umani è un invito a ricordarsi della natura dell’uomo… io non credo nei confini, nelle barriere o nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana…

Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare”.

Vittorio Arrigoni: un vincitore. 

Chi era Vik. (Documentario: Crash – Restiamo umani. Vita e morte di Vittorio Arrigoni)

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Auguri Kurt

Kurt Kobain era Johnny B. Goode. È l’ultimo esemplare, almeno nel rock & roll, di ragazzino povero che, senza l’aiuto della famiglia e venendo da una zona rurale e sperduta, è riuscito a provocare una vera esplosione emotiva in una parte significativa della gioventù mondiale. Non era un prodotto di Hollywood. Non aveva parti fasulle. Le sue radici erano ben piantate nel terreno. Era davvero un signor nessuno che è riuscito a commuovere il mondo. E forse ci è riuscito toccandone le ferite.

Iggy Pop

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Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

<< Ammassati in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costretti a vivere una sopra l’altro. Gli uomini costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate >>.

Questa è solo una delle testimonianze sulle condizioni dei “lager” libici in cui sono imprigionati migliaia di migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Tutto questo succede ad uno sputo dalle nostre case, dal nostro “bel paese”, dal nostro continente. Non voglio soffermarmi sulle vicende delle varie navi bloccate nel mediterraneo o sul dinamico duo della politica italiana che si erge a difesa dell’italico popolo (infischiandosene di tutto e di tutti) mantenendo una linea dura ai danni della povera gente che probabilmente proviene proprio da quei posti descritti sopra. No non voglio farlo. Mi preme solo trascrivere alcuni commenti che ho letto nei vari post in questi giorni in risposta alla questione migranti e “accoglienza”:

  • <<Manteneteli a casa vostra se ci tenete>>
  • <<Io non sono razzista, ma…>>
  • <<Gli Italiani sono stufi…>>
  • <<Prendiamo un gommone su amazon e rispediamo a casa sti 4 coglioni>>
  • <<Invece di pensare agli italiani…>>
  • <<venissero legalmente con i documenti con una nave o un aereo legale>>
  • <<clandestini, stupratori e…>>
  • <<I bambini diventeranno grandi. Meglio ucciderli adesso>>

E mi fermo qui.

Voglio spendere due parole per quelle che continueranno a leggere senza avermi già etichettato come “buonista-radical chic-servo del pd”.

La dura realtà è che in Libia, la schiavitù è stata ripristinata. Noi Europei l’abbiamo provocata, l’abbiamo permessa e ne traiamo beneficio.

La situazione lì è fuori controllo e gestita da bande armate perché la mancanza di un governo regolare ha fatto si che il sistema di schiavitù nei lager sia accettato e condiviso da tutti diventando fonte di guadagno.

E l’Europa? L’Italia? Stanno (stiamo) a guardare? No, peggio.

L’Italia (già a partire da Minniti e dai governi precedenti, inclusi quelli pd) finanzia le milizie armate della Libia e i loro “centri penitenziari” con milioni di euro con lo scopo combattere l’immigrazione. La logica è semplice: Non abbiamo modo di controllare gli sbarchi? Non possiamo assumere persone che lo facciano? Abbiamo promesso ai nostri lettori il pugno duro perché nelle nostre campagne elettorali abbiamo assicurato di cacciare il forestiero diverso? Bene. La soluzione è stata quella di creare dei veri e propri lager a due passi dalle nostre spiagge e nel caso i “clandestini” dovessero partire dopo aver subito di tutto, li lasciamo in mare in balia degli eventi. Geniale.

Gli sbarchi negli ultimi tre anni sono diminuiti (nonostante vi raccontino il contrario) perché abbiamo foraggiato questi campi di concentramento in Libia dove le persone vengono picchiate, stuprate e bruciate vive. La tattica usata è stata “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Mi fa sorridere l’ingenuità di chi pensa che queste vittime possano in qualche modo avere la possibilità di arrivare in Europa legalmente quando prima del checkpoint nell’inferno libico hanno dovuto attraversato il deserto, sono fuggite da guerre, da fame e carestie o da minacce di morte. Chi scappa non lo fa mai a cuor leggero.

Chi riesce ad arrivare qui ha già subito dei traumi fisici e psichici impensabili, sono persone difficilmente recuperabili e vanno monitorate, curate e aiutate. Invece di condividere frasi fatte o post di facebook a caso sarebbe meglio informarsi veramente. Esistono testimonianze, documentari di giornalisti, fotografi e persone che hanno rischiato la vita per l’amore della verità e che sicuramente non meritano di essere oscurati da un link creato per far propaganda.

I responsabili di questa tragedia immensa siamo noi. Ma possiamo tornare a riflettere, cambiare, amare. Torniamo Umani.

Vi lascio in chiusura con “Schiavi di Riserva”, un documentario di Michelangelo Severgnini sulla condizione dei migranti in Libia.

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Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente?

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An den Schwankenden di Bertolt Brecht

Dici che per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi.

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi.

Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.

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